Virginio Condello
Progetti e Sogni

 

I diritti umani: luci e ombre nel mondo attuale

L’intervento di Virginio Condello, durante la seconda tappa di riflessione verso la Giornata Nazionale dell’Impegno e della Solidarietà

 

                                                                       L’uomo è nato libero, ma dovunque è in catene

  Jean Jacques Rousseau

 

Una libertà incapace di rinnovarsi

si trasforma presto o tardi in una nuova schiavitù

Norberto Bobbio

Non si può negare l’enorme progresso fatto nella storia del genere umano in materia di riconoscimento e tutela dei diritti  dell’uomo; ma il fatto che oggi, come chiesa, per mantenere alta la coscienza dei diritti, facciamo memoria della predica di Montesinos in difesa degli Indios, di 500 anni fa, ha un particolare valore. Perché facciamo questo “memoriale”? Perché restiamo ancora sorpresi che sia stata necessaria la voce di un piccolo uomo per mettere il mondo cristiano e civile davanti alla insopportabile contraddizione tra ciò che veniva formalmente professato e ciò che veniva realmente praticato. “Sfortunata la terra che ha bisogno di profeti”, si potrebbe dire parafrasando Bertold Brecht. Quella predica è stata infatti una voce profetica, una voce che ha gridato nel deserto,come è accaduto e accade a tutti i profeti antichi e attuali, una voce che ha parlato in un contesto di vergognoso sfruttamento dell’uomo condotto col consenso (neanche tanto tacito) della Chiesa “ufficiale” e della cattolicissima Spagna, ma una voce che oggi riconosciamo come giusta, come voce dello Spirito che parlava, e continua a parlare, “per mezzo dei profeti”. Il fatto che nel Credo professiamo che lo Spirito “ha parlato per mezzo dei profeti” anziché “parla”, potrebbe significare che oggi non parla più e che possiamo ritenerci esentati dall’ascoltare qualcuno profeta. Montesinos fu un profeta e dobbiamo perciò stare all’erta e chiederci quanti profeti dopo di lui sono rimasti e ancora oggi restano inascoltati.

Dico questo perché i “diritti umani” ci hanno sempre posto davanti ad una contraddizione; la presa di coscienza che la cultura umana compie riguardo ai diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino cammina sempre su un difficile crinale: vi è sempre uno scarto tra le dichiarazioni di principio (sia quelle contenute nei documenti normativi sia quelle professate da tutti noi in diverse sedi) e la effettiva applicazione di esse. Da un lato i diritti umani sono stati dichiarati non solo “universali”, ma anche, con linguaggio tecnico e stile altisonante, inviolabili, inalienabili e imprescrittibili; dall’altro lato tuttavia sono stati sempre ora negati ora elusi da molte autorità e da molte coscienze di cittadini e di credenti.

A provocare le resistenze e le limitazioni all’effettivo dispiegarsi dei diritti concorrono diverse questioni e problemi di ordine politico, economico, culturale e giuridico. Ne prendiamo in esame alcune a cominciare da quelle più “deboli”.

E’ stata sostenuta per molto tempo l’opinione che le norme che “dichiarano” i diritti dell’uomo, ma anche i diritti dei cittadini previsti dalla nostra costituzione, non sarebbero da intendersi immediatamente esecutive in quanto, per la loro stessa astrattezza, avrebbero soltanto un carattere programmatico e dunque non vincolante; essi necessiterebbero perciò di specificazione normativa subordinata per diventare pienamente diritto “positivo”. Molta parte della Costituzione italiana non ha visto immediata applicazione proprio con queste motivazioni.

Questa interpretazione oggi è pressoché superata ma non lo è, purtroppo, un altro ragionamento, ora fortemente in voga, che vincola l’effettività di molti diritti alla sostenibilità economica del bilancio pubblico: così, con la giustificazione della ristrettezza di risorse abbiamo assistito quasi rasseganti  alla limitazione del diritto allo studio (si veda la forte dispersione scolastica), del diritto al libero accesso all’università (si vedano i quiz selettivi), dei diritti assistenziali e del diritto alla salute (si pensi ai ticket), il diritto alla casa (non ci sono fondi per l’housing sociale); è di questi giorni la notizia di pesanti tagli alla legge di cooperazione internazionale per i Paesi in via di sviluppo, un modo come tanti per negare ai popoli il diritto a crescere economicamente).

Contraddicono inoltre le dichiarazioni di principio sui diritti quei comportamenti di Paesi a democrazia avanzata che,  in nome della ragion di stato, istaurano relazioni con dittatori di ogni sorta che negano ai loro popoli gli elementari diritti della persona e i diritti politici e civili. Tali governanti, secondo gli accordi internazionali in materia di diritti dell’uomo da loro stessi sottoscritti, andrebbero invece politicamente isolati e contro di essi andrebbe espresso il più convinto dissenso; abbiamo visto invece che i dittatori di diversi Paesi, vicini e lontani, vengono trattati con tutti gli onori e con … qualcosa di più.

Per non parlare infine dei territori in cui gli abitanti si vedono limitati in alcuni importanti diritti sociali a causa dell’inefficienza della P. A.: è stato appena verificato che la legge sul dolore, il diritto a non soffrire, dichiarato e regolato nella Legge 38/2010, non trova di fatto applicazione in alcune regione del Sud semplicemente per carenze organizzative che non fanno arrivare i necessari farmaci ai presidi sanitari.

Ma il limite più grande delle “Dichiarazioni” e delle “Convenzioni” in materia di diritti sta nella loro stessa caratteristica di norme del diritto internazionale, per cui,  oltre che accettate e sottoscritte in appositi trattati (in quanto norme negoziali), devono anche essere recepite dagli ordinamenti interni con specifici atti formali se non si vuole farle restare semplici dichiarazioni di principio. E se recepite, in quanto trattasi di regole rivolte agli Stati, esse possono solo svolgere una funzione di indirizzo e di persuasione, senza possibilità di applicazione coercitiva o di sanzioni per l’inadempimento.

Il diritto e la politica internazionali non hanno ancora strutturato organicamente una giurisdizione nuova e superiore, al di sopra degli stati, con propri organi e poteri che interpretino i contenuti dei diritti universali, ne dichiarino la violazione, ne proteggano l’attuazione e infliggano sanzioni direttamente agli individui inadempienti (e non solo agli stati) a fronte di una denuncia del singolo, che dovrebbe così diventare abitante della comunità internazionale e cittadino del mondo. Per governare oggi il nostro mondo globalizzato occorrerebbe istituire a maggior ragione quel nuovo ordinamento, già delineato da Kant, che è stato definito “cosmopolita” e che presuppone un profondo cambiamento rispetto al tradizionale “diritto delle genti”.

Tale innovazione è soltanto intravista dalla Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali, che consente, con forti limitazioni procedurali, la formulazione di domande individuali alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo da parte di chi si ritiene vittima di una loro violazione; allo stesso tempo, però, questo stesso diritto ha iniziato ad affacciarsi, seppure non ancora in modo pieno, nell’esperienza della Comunità Europea, quando si accetta che alcune fonti normative (ad esempio i Regolamenti), senza alcun atto di recepimento, siano vincolanti per tutti gli Stati membri, o quando si consente a cittadini ed imprese di ricorrere alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea contro decisioni degli organi comunitari. Un’altra forma ancora debole di diritto cosmopolita può esser quella della Corte Penale Internazionale dell’Aja (da non confondere con la Corte Internazionale di Giustizia della Nazioni Unite),  che giudica sui crimini internazionali (da Norimberga fino a Saddam Hussein) e che interviene con qualche autonomo potere.

Ma ci sono altre questioni ben più profonde che potrebbero spiegare la lentezza e i ritardi nell’applicazione delle norme sui diritti. La stessa espressione “diritti dell’uomo” si presta a qualche equivoco.  Con molta facilità sono state costruite, e ancora si tende a costruire, teorie del “sub-umano”, o del “non ancora uomo”, per giustificare e motivare provvedimenti di sostanziale violazione dei diritti. È bastato affermare che una certa categoria di persone può non appartenere pienamente alla “razza umana” per giustificare la distruzione degli Indios o dei Boscimani o degli Ebrei o degli Zingari o dei tanti schiavi neri. E che dire dei diritti degli animali (che uomini sicuramente non sono) o delle difesa dell’ambiente?

Noi credenti avremmo potuto evitare queste cadute se avessimo dato maggiore importanza a quanto avevamo davanti agli occhi,  a quel dato scritturale magistrale del Prologo di Giovanni che non dice “il Verbo si è fatto uomo”,  ma “il Verbo si è fatto carne”. Non c’è bisogno dunque della presenza di un “uomo” (quale che sia l’estensione del termine) per dover tutelare pienamente i diritti umani, ma basta, per così dire, la “carne”, che potrebbe riferirsi non solo alle persone ma anche agli animali. Sul valore di questa carne noi credenti fondiamo il diritto del nascituro fin dal primo momento del concepimento, perché anche nella fase dell’embrione indifferenziato (blastocisti) siamo sempre di fronte a “carne d’uomo”.

Peraltro, dire “diritti umani”, se è bastato storicamente per fondare i diritti di prima e seconda generazione (le libertà di…, le libertà da…), ossia i diritti politici e i diritti sociali (anche con riferimento all’uomo in quanto fanciullo o anziano o donna o portatore di handicap), si è rivelato meno utile per sostenere i diritti di “terza generazione”, che attengono alle  nuove  tematiche  nate dalla coscienza ambientalista (diritto alla salubrità dell’ambiente), ai conflitti sorti con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa (diritto ad una corretta informazione), ai problemi suscitati dallo sviluppo delle produzioni di beni e servizi sempre più sofisticati (diritti dei consumatori); la stessa difficoltà si è riscontrata a considerare “dell’uomo” i diritti di “quarta generazione”, quelli ad esempio derivanti dalle grandi questioni poste dalle biotecnologie e dalla manipolazione del patrimonio genetico, e dall’altra grande questione che si suole chiamare dell’ “equità generazionale”.

Resta inoltre da considerare che se i diritti umani fanno fatica ad affermarsi, ciò forse dipende anche dal fatto che si parla, appunto solo di “diritti” e non anche di “doveri”. Sarebbe interessante se gli uomini di buona volontà si facessero propositori di una “Dichiarazione o Carta dei doveri dell’uomo e del cittadino”, per  rendere più stringenti le norme di tutela, visto che di fronte ad ogni diritto non può non esserci un corrispondente “obbligo” (o dovere). Nasce forse da qui l’obbligo per le PP. AA. di consentire l’accesso agli atti.

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Ma la questione culturale più delicata, che secondo me ha ritardato e ancora ritarda il processo di affermazione e effettiva tutela dei diritti, è l’ideologia che li ha fondati nel XVII e XVIII secolo, quella dello stato di natura, e soprattutto l’idea roussoiana secondo cui  gli uomini nascono liberi ed eguali (riportata tale e quale nel Preambolo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948). Tutti oggi sappiamo che non è vero. Questa idea è stata una utile finzione per combattere l’assolutismo e affermare i diritti dei cittadini di fronte al potere dello stato; una battaglia che ancora oggi non sembra terminata se si pensa che abbiamo ancora fenomeni dove lo strapotere dello stato, ad esempio in materia fiscale, è diventato sproporzionato rispetto ai diritti del cittadino a riscuotere i propri crediti nei confronti della P.A. (si pensi ad Equitalia). Ma gli uomini purtroppo nascono condizionati e diseguali, tanto che  lo stesso Rousseau, che affermava il contrario, ha dovuto ammettere che “l’uomo è nato libero, ma dovunque è in catene”. Un luogo dove si è liberi e uguali  è tutto da costruire, è una proiezione di qualcosa di desiderabile, più un punto d’arrivo che di partenza, come potremmo considerare, da credenti maturi, il mito biblico del giardino di Eden. Insistere oggi su questa idea può dimostrarsi non opportuno.

In ogni caso, se presupponiamo un mondo paradisiaco all’origine della storia umana dobbiamo necessariamente ammettere due conseguenze che non ci aiutano nello sforzo di affermare e sviluppare i diritti umani:

-         la prima conseguenza è che la storia e l’evoluzione dell’uomo dall’origine ad oggi appaiono fatti negativi in quanto con essi si è persa la condizione di libertà e di uguaglianza;

-         la seconda conseguenza è che, se vogliamo raggiungere la libertà e l’uguaglianza, dobbiamo recuperare la condizione originaria e risalire il corso della storia, condannando l’evoluzione avvenuta come negativa e indesiderabile e rifiutando ogni ulteriore cambiamento che allontanerebbe ancora più dallo stato di origine.

 

Se invece rifiutiamo questo ragionamento e accettiamo l’idea opposta, cioè che in origine gli uomini erano in uno stato di natura non desiderabile, caratterizzato da  diseguaglianze  e condizioni sfavorevoli per le libertà (idea più vicina a Hobbes), allora possiamo far conseguire:

-         una visione ottimistica dello sviluppo e dei cambiamenti avvenuti, in quanto hanno migliorato la condizione degli uomini, e una idea della storia come luogo di opportunità per sviluppare e affermare condizioni di equità;

-         una considerazione dei diritti di libertà e di eguaglianza come qualcosa non da difendere, ma ancora da conquistare e da affermare nel corso della storia.

Peraltro non è detto che si debba necessariamente partire da una ipotesi di originaria eguaglianza per fondare i diritti umani, anzi  si potrebbe perfino pensare che sia più opportuno oggi, nel mondo globale e nella cultura multietnica, professare ed esaltare le differenze per facilitare l’accettazione delle diverse espressioni, culture, lingue, religioni a cui oggi assistiamo e dare valore a queste differenze perché siano viste come arricchimento da esaltare e da non massificare. In questa prospettiva non dobbiamo raggiungere l’eguaglianza, ma la convivenza,  contro il pericolo che, volendo rendere tutti uguali, si possa produrre una tendenza alla negazione dei diritti della diversità esasperando l’eguaglianza (come è accaduto nei Paesi comunisti). (Diversi problemi son già sorti riguardo alla carne di maiale negli asili e al portare o no il velo).

Non è dunque neutrale l’ideologia da cui si parte e credo che potremmo ormai provare a fuoriuscire dalla filosofia del diritto naturale, che proprio per la sua visione pessimistica e conservativa ha prodotto molte battaglie di retroguardia.

Da qui la lentezza a riconoscere i diritti dell’uomo che ha interessato anche la Chiesa (e oggi siamo qui a ricordarlo col sermone di frate Antonio): se poteva forse essere giustificato Pio VI, che alla fine del Settecento definiva “diritto mostruoso” le libertà di pensiero e di stampa e riteneva “insensata” l’eguaglianza fra gli uomini, meno giustificabile appare, soprattutto dopo l’ultima esecuzione di condanna a morte avvenuta in Georgia, quanto leggiamo al n. 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica: “l’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte”. Ciò, nonostante le indicazioni pastorali sui diritti umani di Paolo VI e Giovanni Paolo II, che sono stati dei giganti nel processo di presa di coscienza e di affermazioni dei diritti umani; senza trascurare il bellissimo documento, uscito nel 1975, della Commissione Pontificia ‘Justitia et Pax’, intitolato La Chiesa e i diritti dell’uomo.

Ancora oggi, nonostante trecento anni di cultura dei diritti e duemila anni di cristianesimo e a circa duemila e cinquecento anni da quella che si può considerare la prima Carta dei diritti nella storia (tra poco vedremo quale),  ci ritroviamo con la coscienza addormentata di fronte non solo all’obbrobrio della pena di morte,  ma anche all’abbrutimento del sistema carcerario; siamo ancora  condizionati  dalla rozza idea retributiva (e vendicativa) della pena o dall’idea della pena come espiazione, non riuscendo ad accettare una più opportuna e umana visione risarcitoria ed emendatrice; e che dire della carcerazione preventiva,che ci sembra quasi ovvia e di fronte alla quale non ci viene mai in mente di chiederci se le tre ragioni per cui un giudice può mettere in carcere un imputato prima della condanna definitiva abbiano veramente un senso (pericolo di fuga, di reiterazione del reato, di inquinamento delle prove) (edove va a finire il diritto di difesa?). Forse non ci stiamo accorgendo del potere delle banche e della finanza, che determina il destino nostro e dei popoli, un potere diventato più forte della politica ma senza responsabilità politica, che non gode di alcuna investitura democratica, esercitato (quello bancario) da soggetti che non sono proprietari delle organizzazioni che amministrano (le banche). Che fine sta facendo, allora, la democrazia?

Certo è difficile riconoscere di nostra iniziativa la limitatezza delle nostre idee, così come 500 anni fa non era semplice a Santo Domingo pensare di abolire la schiavitù e il commercio degli schiavi, ma proprio per ciò credo che rivedendo l’impostazione filosofica e culturale della libertà e della uguaglianza potremmo superare certe pigrizie mentali, personali e comunitarie, di fronte ai diritti negati. Si tratta di passare dall’idea comoda di un diritto prima di noi e indipendente da noi (diritto naturale), idea che degenera in pregiudizio, alla convinzione di un diritto fatto solo da noi e di cui siamo solo noi pienamente responsabili. I diritti e i doveri non sono in natura, ma sono il prodotto della coscienza libera e responsabile degli uomini che nel corso del tempo, fra alti e bassi, maturano il loro spirito avvicinandolo sempre più ad una migliore convivenza (al “Regno” per i Credenti).

Un diritto inscritto o in natura o in Dio o nel cuore dell’uomo o da qualche altra parte,  da cui il diritto positivo attinge, è stata un’idea importante, ma potremmo coraggiosamente modificarla riconoscendo che ciò che Dio mette nel cuore dell’uomo non sono le singole norme che istituiscono diritti e doveri (ad esempio la proprietà), ma è l’anelito che muove verso la conquista di sempre nuovi spazi di libertà, verso nuove conquiste nella scoperta e della conoscenza, verso forme sempre più avanzate di relazione umana e cosmica, tutto ciò che per noi credenti costituisce  il soffio dello Spirito che, quando ascoltato, conduce a cose nuove (“faccio nuove tutte le cose”) e invita a sottoporre a critica gli schemi e i concetti tradizionali; tutto ciò per i non credenti non si chiamerà “Spirito”, ma ad esempio “volontà e coscienza dell’Uomo”: non importa, ci si può comprendere lo stesso.

Trovo fuori luogo infatti il dibattito se si deve vivere etsi Deus daretur o etsi Deus non daretur, perché a livello valoriale possiamo sforzarci tutti di fondare un’etica comune. Anche la sfera laica infatti ha la sua etica e per molti secoli il mondo ha progredito (come ci ha ricordato Enzo Bianchi nel suo libro “Per un’etica condivisa”, Einaudi) senza l’etica cristiana. I credenti non devono pensare di possedere l’etica in esclusiva; il mondo pagano  era riuscito a formulare principi morali, giuridici e sociali che hanno ispirato la cultura per secoli, honeste vivere, alterum non laedere, unicuique suum tribuere  (Ulpiano).

L’etica cristiana dovrebbe aggiungere a quella pagana l’amore assoluto verso l’altro, anche verso i nemici, fino al dono della vita, e il dare e ricevere perdono. E non penso che ai non credenti queste due cose diano fastidio, qualora davvero le percepiscano.

I problemi nascono quando cerchiamo di trasformare i nostri valori in norme giuridiche e norme morali di convivenza che sono altro dalla fede, perché sono l’espressione, imperfetta e mutevole, di come riusciamo nella comunità civile e politica a regolare nei diversi momenti storici quei valori e come equilibrare le diverse etiche e le diverse visioni del mondo e della vita. Ma proprio perché le norme che produciamo sono imperfette e provvisorie (e necessariamente norme di compromesso), la nostra inquietudine dovrebbe facilitarne il cambiamento o almeno accettarne sempre la messa in discussione, spinti da quegli ingredienti cristiani che dicevo prima (l’amore e il perdono). Da qui lo sforzo comune di dar vita a norme sempre più avanzate in materia di diritti. In ogni epoca si aprono nuove istanze sempre più difficili e nuovi fermenti, pre-giuridici e pre-normativi, scaturiscono continuamente (questi sì) dal cuore dell’uomo, perché Dio lo ha creato così, aperto verso  il  futuro come il nome stesso di Dio (sarò quello che sarò). A queste istanze dobbiamo dare risposte credibili e convincenti nella sfera della comunità sociale e statale, dove coabitano credenti e non credenti.

Le risposte che daremo a questi nuovo bisogni spirituali, a volte tremendamente difficili da districare (diritti degli omosessuali, delle famiglie di fatto, della fecondazione assistita, perfino il diritto a portare o non portare il burqa), non devono essere condizionate dai limiti storici dei nostri pregiudizi: quello ad esempio che per combattere l’aborto necessiti una legge penale che porta in carcere chi lo pratica. Non sarebbe meglio contrapporre a questo atto doloroso, anziché la punizione penale, l’amore e il perdono, al fine di suscitare un cambiamento nelle persone e nella società spiegando e professando il diritto dell’embrione a nascere? E siamo davvero convinti che si possa ancora per molto negare, ad esempio, il sacerdozio alle donne o il diritto al perdono di molti esclusi dai sacramenti   (i divorziati risposati)?  E  in ogni caso perché chiedere ancora l’intervento del braccio secolare dello Stato per affermare principi  e valori non condivisi da tutti?

Ecco che siamo giunti ad un punto cruciale: il ricorso al diritto naturale risolve sempre meno le complicazione di oggi, ma soprattutto non risolve il punto a cui la proliferazione dei diritti (e dei doveri) ci ha portato, ossia a come risolvere il conflitto di diritti e il conflitto di doveri. E qui a maggior ragione occorre il discernimento, il confronto e il rispetto per la costruzione di possibili regole di convivenza, perché se si tratta di conciliare due contrapposti diritti entrambi “naturali”: quale norma superiore dovrebbe dirimere la questione

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L’evoluzione stessa avvenuta fin dall’antichità sta a dimostrare che nulla è scontato, ma nulla è impossibile, Si è passati nel corso dei secoli da una concetto di libertà dallo stato (la fase dei diritti individuali) alla libertà nello stato (la pretesa di partecipare al governo del Paese) fino alla libertà  attraverso lo stato (la tutela sociale della persona).

Nessuno pensava in origine che il diritto di proprietà potesse  essere  limitato  come   lo  è  oggi,  perché non la natura, ma la cultura non lo consentiva. Nessuno pensava che la libertà di stampa e di manifestazione del pensiero potesse dar luogo ai pericoli inauditi dei poteri mediatici di oggi tanto, da far nascere altri diritti che vi si contrappongono. Nessuno pensava che i tre processi da tempo in atto (quello della desacralizzazione, quello della secolarizzazione e quello della laicizzazione)  ci avrebbero condotto a rivedere tante nostre credenze e a smascherare tante pretese e ideologie di dominio.

Cosa vuol dire ciò? Che i diritti bisogna sempre riadeguarli, rinnovarli, rileggerli e riformularli per renderli più ampi, ma anche per conciliarli tra loro: nel corso della storia è successo ciò, non il contrario. I diritti quando diventano fissi e rigidi costituiscono un pericolo perché diventano la base per nuovi fondamentalismi. Norberto Bobbio lo ha scritto esplicitamente (vedi esergo).

Allo stesso modo dobbiamo evitare che i diritti regrediscano. Il cammino dei diritti è stato lungo e tortuoso ed è un cammino reversibile (cioè, si può perdere ciò che si è acquisito). E si sono persi tanto tempo e tante occasioni.

Di chi è infatti la prima “Carta dei diritti” ? Di Ciro il Grande, sovrano dell’Impero persiano, che dopo la conquista di Babilonia nel 539 a. C. dichiarava che tutti i cittadini dell'Impero erano liberi di manifestare il loro credo religioso, e aboliva la schiavitù, permettendo il ritorno dei popoli deportati nelle terre d’origine. Per gli Ebrei, come sappiamo, ciò significò la fine dell’esilio babilonese. È molto sorprendente che la salvezza degli Israeliti sia venuta per mezzo di un potere imperialista, di un adoratore di Marduk, a cui il testo biblico riconosce di essere stato un inviato da Dio (‘mio pastore, mio messia’ dice Dio di lui nel libro di Isaia, 44,28 e 45,1).

Dobbiamo anche ricordare che la cultura dell’antico Israele aveva già un suo welfare e imponeva la protezione dell’orfano, della vedova e del forestiero (senza contare il condono dei debiti nell’anno giubilare).

Nel III secolo a. C. compaiono nell’impero Maurya, in India, diritti civili senza precedenti. I cosiddetti Editti del re Ashoca, che perseguì una politica di non-violenza e rispetto per la vita animale.  Egli trattò i suoi sudditi come uguali a prescindere dalla loro religione, casta o attività politica, costruì ospedali e università offrendone i servizi gratuitamente a tutti i cittadini, definì i principi di tolleranza religiosa, umanità verso i servi, generosità verso il prossimo, benevolenza verso i colpevoli.

 

Già nei primi secoli del cristianesimo, con Carlo Magno, riappare l’abolizione della schiavitù praticata in tutte le civiltà antiche e ma mai definitivamente eliminata.

La stessa dottrina tomistica del diritto naturale, nel XIII secolo, era già una lucida rivendicazione delle libertà di fronte al potere statuale, ripresa dalle filosofie moderne dell’empirismo inglese e dalle dottrine contrattualistiche della rivoluzione francese.

Grandi conquiste culturali, che poi si son dovute riaffermare e completare con altre tappe della storia:  la Magna Carta del 1215, emanata da Giovanni senza Terra, con cui si limita il potere sovrano (il divieto per il Sovrano di imporre nuove tasse senza il previo consenso del Parlamento, la garanzia per tutti gli uomini di non poter essere imprigionati senza prima aver sostenuto un regolare processo, regolamentazione dell’arresto preventivo), l’Habeas Corpus del 1305, che sulla stessa scia garantisce il giusto processo e limita la detenzione preventiva.

Ma la prima “dichiarazione” in senso moderno dei diritti umani forse viene dall’Africa; non si tratta infatti di una “concessione”, ma di una affermazione di popolo: è la Carta Manden proclamata nel 1222, il giorno dell’incoronazione di Sundjata Keïta quale sovrano dell’Impero del Mali, e tramandata oralmente. Fu una dichiarazione di diritti umani essenziali quali il diritto alla vita e il diritto alla libertà. La ‘Carta Manden’ si rivolge ai ‘quattro angoli del mondo’ con sette importanti affermazioni: “ogni vita è una vita”; “il torto richiede una riparazione”; “aiutatevi reciprocamente”; “veglia sulla patria”; “combatti la servitù e la fame”; “che cessino i tormenti della guerra”; “chiunque è libero di dire, di fare e di vedere”. Si trovano in questa carta i temi che saranno trattati molti secoli dopo in Occidente nelle dichiarazioni dei diritti umani: il rispetto della vita umana e della libertà dell’individuo, la giustizia e l’equità, la solidarietà, l’abolizione della schiavitù.

La conquista spagnola delle Americhe nel XV secolo e la scoperta di popolazioni indigene, e le prime conseguenti pratiche di deportazioni di individui di pelle nera dall’Africa verso il "Nuovo Mondo", crearono un vigoroso dibattito sui diritti umani. Francisco de Victoria e altri filosofi della Scuola di Salamanca enunciarono il concetto di diritto naturale relativamente al corpo (diritto alla vita, alla proprietà) e allo spirito (diritto alla libertà di pensiero, alla dignità). I teologi dell'università di Salamanca furono tanto radicali da condannare qualsiasi forma di guerra (con poche eccezioni) come una violazione dei diritti naturali, opponendosi espressamente alle campagne di Carlo I. La dottrina giuridica di questa Scuola segnò la fine del concetto medievale del diritto e una rivendicazione di libertà inusuale per l'Europa dell'epoca. (Nasce da questo ambiente la proclamazione dei diritti riportata nel nostro materiale divulgativo)

 

È da inscrivere in questo periodo la teoria del frate domenicano Bartolomeo de Las Casas che difese la libertà naturale degli indigeni americani contro l'umanista Juan Gines de Sepulveda (sostenitore della loro naturale schiavitù), e che convinse papa Paolo III a dichiarare, con la Bolla ‘Veritas ipsa’ (detta anche ‘Sublimis Deus’) l’umanità degli indigeni americani e il loro diritto alla libertà e alla proprietà, condannando la pratica della schiavitù.

Bartolomeo de Las Casas aveva scritto la "Brevisima" o "breve relazione sulla distruzione delle Indie", ove cui descriveva le crudeltà di cui erano fatti oggetto gli indigeni e donde nacquero le "Leggi nuove" del novembre 1542, che proclamavano:la libertà naturale degli indigeni e la messa in libertà degli schiavi, la libertà del lavoro, che limita le corvées e abolisce la pesca delle perle, la libertà di residenza e la libera proprietà dei beni, fino alla punizione di coloro che saranno violenti o aggressivi verso gli indigeni, l’abolizione del sistema delle encomiendas, consistente nell'affidare a degli encomenderos spagnoli determinati territori abitati con, "in dotazione", un gruppo di indigeni, che dovevano essere colonizzati e cristianizzati, con libertà assoluta di governo.

 

Con il giusnaturalismo razionalistico moderno, nato tra il 1600 e il 1700, si affermano definitivamente il concetto di libertà dell'individuo e la forma di governo caratteristica dell'età moderna (Thomas Hobbes, Ugo Grozio, John Locke, Jean Jacques Rousseau, Immanuel Kant).

La prima dichiarazione dei diritti dell’uomo dell’epoca moderna è quella dello Stato della Virginia (USA), scritta da George Mason e adottata dalla Convenzione della Virginia il 12 giugno 1776. Questa fu largamente copiata da Thomas Jefferson per la dichiarazione dei diritti dell’uomo contenuta nella Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d'America (4 luglio 1776), la quale afferma "che tutti gli uomini sono creati uguali tra loro, che essi sono dotati dal loro creatore di alcuni inalienabili diritti, tra cui la vita, la libertà e la ricerca della felicità". Da lì a breve si giunge alla Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino nel 1789 formulata in occasione e nel quadro della Rivoluzione francese.

Fu poi Napoleone Bonaparte a esportare negli altri paesi d'Europa il concetto di diritti umani, benché negandoli di fatto. Pertanto, una vera e propria diffusione degli stessi si ebbe solo dopo i moti del 1848 e la conseguente proclamazione delle prime costituzioni liberali nei vari paesi europei.

Solo durante il XX secolo in Europa occidentale e in America settentrionale molti gruppi e movimenti riuscirono a ottenere profondi cambiamenti sociali in nome dei diritti umani, creando un rapido miglioramento delle condizioni di vita dei popoli cosiddetti occidentali. I sindacati dei lavoratori lottarono per il riconoscimento del diritto di sciopero, per garantire condizioni dignitose di lavoro e per proibire o limitare il lavoro minorile. E il movimento per i diritti delle donne guadagnò il suffragio universale.

Terminata la Prima Guerra Mondiale fu elaborato un sistema di protezione delle ‘Minoranze nazionali di razza, di lingua e di religione’, grazie a cui molti gruppi lungamente oppressi riuscirono ad ottenere diritti civili e politici. Nello stesso periodo i movimenti di liberazione nazionale poterono affrancare le nazioni colonizzate dal giogo delle potenze coloniali. Importantissimo in tema di diritti umani fu il movimento non violento del Mahatma Gandhi, che portò l’India all’indipendenza dal dominio britannico. (Ci sarebbe da ricordare anche Don Milani e Capitini sul diritto di resistenza e, perché no, un altro profeta, Primo Mazzolari, tutte persone da cui avremmo potuto imparare di più).

Al termine della Seconda guerra mondiale con la costituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) si arriva alla redazione della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, siglata a New York nel 1948, cui tennero dietro le carte dei diritti speciali (quella del fanciullo, dell’anziano, etc.) e nel 1950 Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali del Consiglio d’Europa.

Dopo questa lunga storia, i fenomeni che oggi si susseguono a ritmo serrato ci mettono continuamente in crisi e nuove tutele giuridiche ci vengono richieste; ci vien difficile oggi decidere cosa fare davanti alla nuova migrazione di popoli (se non vogliamo definire anche questa una “invasione barbarica”). Possiamo dichiararci fuori del problema e affermare con sufficienti argomentazioni che il diritto ad essere accolti non fa parte dei “diritti dell’uomo” e dunque neanche dei doveri dell’uomo; oppure possiamo dire che non abbiamo risorse sufficienti per far fronte agli immigrati e che perciò dobbiamo limitarci a risposte essenziali di “pronto intervento”, come in effetti accade, e continuare ad istituire “visti” e “permessi” e quant’altro per mettere in pace le nostre coscienze. Siamo però anche liberi e maturi per poter invece proclamare quale diritto inviolabile dell’uomo quello di essere accolto e accettato in qualunque parte della terra si trovi e di poter vivere ed abitare liberamente in qualunque posto decida di fermarsi, senza che gli vengano frapposti ostacoli o vincoli di alcun genere. E possiamo anche affermare che tale diritto, come tutti i diritti, comporta un corrispondente obbligo che in questa caso giunge fino a al dovere di “dividere il pane”. Quale strada scegliamo? Dopo tutte le esperienze passate siamo abbastanza maturi da superare la questione se il diritto ad essere accolti derivi da una legge già scritta in natura, o dal moto dello Spirito o da principi soltanto umani o da esigenze di convenienza ( per evitare conflitti più gravi): forse possiamo essere tutti d’accordo nel rovesciare il ragionamento e dire non che i nuovi diritti che bussano hanno qualche qualità tale da doverli ammettere ma che l’uomo è giunto ad un livello di coscienza e di dignità da doverli assumere perché si riconosce (lui) degno di essi.

Virginio Condello