Pasqua 2017: CONOSCI I CUMANI?
Progetti e Sogni

“Una chiesa in uscita, una comunità in uscita, un prete in uscita” Questo diceva oggi nell’omelia della Messa crismale, il Vescovo del Petén (Guatemala), dove mi trovo per dare una mano nei villaggi, nelle celebrazioni della settimana santa.Sono ormai diversi anni che cerco d’identificare i Cumani nel mio apostolato e in quello della mia Comunità Conventuale e Provinciale. Già il fatto che non sappiamo esattamente chi erano e dove stavano, crea una certa giustificazione…e suspence. In più, il fatto che san Domenico abbia faticato non poco a spedire i frati per il mondo, finendo poi con l’imporsi perché lui sapeva bene cosa stava facendo, mi fornisce, se ce ne fosse bisogno, altre giustificazioni… Però sempre mi rode dentro il fatto che io so bene chi e dove sono i Cumani, quelli che la Provvidenza mette sulla mia strada: so tutto di loro: longitudine e latitudine, usi e costumi, necessità… in Convento comunque sto meglio, anche se non sono sempre in perfetta comunione con i confratelli. È faticoso anche solo pensare ai Cumani… e poi c’è tanto da fare da noi! La rudezza dell’incontro con le varie Comunità sparse nelle foreste della nostra Parrocchia, il parlare con loro, confrontare i loro problemi (anche solo religiosi) con i miei, mi costringe a un continuo esame di coscienza… Mi sento, se ce ne fosse ulteriore bisogno, un privilegiato, non perché vivo in Europa, senza problemi di cibo, di acqua, di strade, ma soprattutto per la stragrande abbondanza di bene e di benefici dei quali mi colma il Signore: non ultimo il mio sacerdozio, un sacerdozio da spendere in uscita e non solo dalla porta del mio Convento o del Centro Giovanile! Che rischio uscire! Ma se non esco, incontrerò mai i Cumani?

Quando arrivo in un villaggio, in questi giorni della settimana santa, devo tener presente che per loro quella che mi accingo a celebrare è la santa Messa di Pasqua, anche se siamo ancora a mercoledì santo. Non hanno visto nella loro chiesa un sacerdote da due-tre  mesi e lo rivedranno fra due-tre mesi. Quindi le confessioni sono quelle di Pasqua, la visita agli ammalati è quella di Pasqua ed i battesimi sono quelli di Pasqua. In genere trovo tutti in chiesa ed il catechista della Comunità mi aggiorna sulla situazione pastorale. Poi, mentre si preparano i canti per la celebrazione, esco dalla chiesa, mi trovo un riparo dal sole sotto un albero e comincio a confessare. Poi la celebrazione con eventuali battesimi e quindi la Comunione agli ammalati. E così tutti i giorni della settimana santa: quattro celebrazioni in quattro aldee (villaggi) diverse. Al rientro a casa sono esausto ma felice: la misericordia di Dio ancora una volta è passata dalle mie mani e dalle mie parole.
In certi villaggi si parla solo kechil, la loro lingua india, e così c'è un interprete per la omelia e grande uso di incenso e canti interminabili: devo sempre pensare che quella è la loro s. Messa di Pasqua e quindi la vogliono "solenne".

Quest'anno ho trovato tante chiese nuove in muratura e non solo le solite capanne di tronchi e tetto di lamiera. Sono felici delle loro nuove chiese a costruire le quali hanno collaborato, non economicamente ma con la manodopera.

Le "strade" sono sempre dissestate, oserei dire, che lo sono ancora di più, se fosse possibile esserlo. Comunque loro le chiamano strade!

Tornato in Italia ho voluto leggere dal breviario domenicano quello che scriveva santa Rosa da Lima ai Frati Domenicani della sua città. Ve lo riporto qui di seguito.

Santa Rosa da Lima - 23 agosto - seconda lettura - dagli atti del processo di canonizzazione - pagina 615-616 del breviario domenicano
“In ogni occasione di parlare a Religiosi, particolarmente ai Frati Predicatori, li esortava con le espressioni più vive del cuore a consacrare il loro studio alla conversione delle anime. Le dispiaceva assai vederli troppo occupati negli studi puramente speculativi della teologia scolastica; ed avrebbe voluto che tanti sudori, tante veglie, tante fatiche che si sopportano per istruire l’intelletto nella conoscenza di cose, talora poco giovevoli alla salute dell’anima, si impiegassero nella cura tanto necessaria di accendere la volontà nell’amor di Dio.”

E mi viene in mente san Domenico che il 15 agosto 1217 è stato preso per pazzo dal Vescovo, dai suoi Frati e da tutti i Benpensanti: “Lasciatemi fare. So bene quello che faccio! - disse” e inviò i frati nel mondo: quanto sole aveva preso nella sua andata a Roma e poi in quel di Tolosa! E fu così che varie città risuonarono dei passi di questi “nuovi” evangelizzatori.

Oggi chi ci dice (o chi ci deve dire): “Lasciatemi fare. So bene quello che faccio!”? I Frati sono comunque indisponibili come allora: “siamo troppo pochi, al di sotto della soglia di una sussistenza decente, dobbiamo crescere in numero, non ho la “vocazione missionaria”…
Non ci saremo un po’ imborghesiti? E i Cumani… aspettano!
fra Alberto Fazzini

Le foto sono di Giuliano Corrias, mio compagno di viaggio.